20220413 intelligenza ed evoluzione

 

20220413 intelligenza ed evoluzione

Se riteniamo positiva l’idea che la specie umana sopravviva alle conseguenze delle proprie azioni, cosa da appurare e da non dare per scontato, allora nessuno degli esseri senzienti, può esimersi dal porsi le domande sulle cause, quelle sulle soluzioni e quelle sulle risoluzioni.

Il contesto 

La specie umana è la forma di vita dominante sul pianeta terra. Sul piano strettamente scientifico la questione non sarebbe poi così chiara. E’ basata su di un postulato che potremmo definire ontologico: l’uomo è attore e misura di tutto quindi ciò che vede è ciò che è.

Un osservatore esterno potrebbe osservare che il mondo vegetale è quello dominante, stante la capacità adattiva e le strategie di espansione, sviluppo e resilienza,  oppure i batteri e la loro fantastica capacità di condizionare e permettere la stessa vita di esseri di tutte le specie del mondo vegetale ed animale, uomo compreso.. 

Ma lasciamo perdere le grandi questioni scientifiche o filosofiche a chi se ne intende. Accettiamo la visione antropocentrica a base delle nostre osservazioni. Rileviamo quindi i tratti salienti del contesto: Terra-Vita-Uomo (TVU).

La popolazione umana ha assunto uno sviluppo esponenziale tale da compromettere le condizioni e le risorse necessarie alla propria sopravvivenza. Al numero si aggiunge la maggiore quantità di risorse pro-capite consumate che portano ad una crescita esponenziale l’impatto ambientale. Il fenomeno viene considerato positivo ed assume diverse denominazioni tutte ruotanti attorno al concetto di aumento del benessere, lotta alla povertà, emancipazione e sviluppo.

Un’attività antropica vorace e dissennata che sconvolge ambiente, clima, brucia risorse naturali quali materie prime ma anche biodiversità e culture. Una delle questioni dibattute è se si è raggiunto il punto di singolarità nel rapporto ambiente-uomo oppure siamo ancora sul punto di, ma senza prospettive di soluzione. La stragrande maggioranza degli esperti propende per un giudizio negativo: la soglia è stata ampiamente superata e si tratta solo di aspettare la fine che sarà pià o meno veloce ma certa. 

Prima questione: alla specie umana manca la capacità di comprendere ed affrontare il problema della propria sopravvivenza? Se si considerano i risultati ottenuti da gruppi di umani nei vari settori sembrerebbero possibili tecnologie e strategie adeguate. Basti considerare la sempre più raffinata capacità di conoscenza, sul piano della speculazione pura e su quello tecnico scientifico: la nuova conoscenza spazia dall’infinitamente grande come l’universo e l’infinitamente piccolo come le particelle subatomiche.  I voli spaziali, la comprensione del corpo umana e la capacità di adattarlo, il DNA, la fisica quantistica, la scoperta se non l’uso di energie alternative pulite, una coscienza morale capace di comprendere il diverso nella specie e il rispetto per le altre forme di vita. L’elenco è lungo e ci dovrebbe confortare.

Avere l’intelligenza non vuol dire avere giudizio. A dispetto di tutto il sapere che abbiamo raggiunto, abbiamo un difetto d’azione che dire sconfortante è dir poco.

Abbiamo impestato il pianeta e non siamo in grado di ripulire la fogna che abbiamo creato. L’impressione, angosciante, è quella di trovarsi in una enorme Rapa Nui senza via d’uscita. 

Non possiamo pertanto fare a meno di porci delle domande che affrontino la questione prima: che cos’è che non va nel nostro capo?

evoluti troppo in fretta

la prima impressione è questa: rispetto a tutte le altre specie quella umana ha avuto una crescita molto rapida, grazie a quella che viene definita ormai il fattore cultura.

Sul piano del comportamento sociale, cioè della cultura di gruppo la nostra evoluzione è ancora quella dei ns antenati cacciatori raccoglitori: piccoli gruppi nomadi intenti a sopravvivere esaurendo le risorse di un luogo  ed espandendo la specie nella ricerca di altri luoghi ancora intonsi. Un comportamento che l’homo Sapiens sembra abbia ereditato dai suoi predecessori quali Homo Erectus, Homo Heidelberg, Homo Neanderthaliensis. Centinaia di migliaia di anni hanno plasmato una cultura sociale basata sul gruppo, non numeroso (quello d’origine pare che potesse comprendere un range di membri da 20 a 70). In questo ambito di esperienze si sono sviluppati visioni e virtù che sussistono tuttora : gli individui generosi e solidali con gruppo in genere vengono apprezzati e viene loro riconosciuto ruolo di leadership, quando avviene il cfr con altri gruppi prevalgono gli individui prepotenti e cattivi.La necessità di allevare per lungo tempo una prole che perpetui la specie fa sì che le femmine prediligano gli individui generosi e fedeli a scopo matrimonio ma che non disdegnino le attenzioni di quelli prepotenti e virili a scopo riproduttivo. 

E’ del tutto evidente che la crescita del consorzio umano fino ai livelli attuali della globalizzazione presupporrebbe un salto evolutivo adeguato alle necessità del tempo attuale. Si richiederebbe una coscienza più simile a quella degli insetti sociali, come le api dell’alveare, che a quella individualista del primate.

Tentativi di rendere universale il comportamento umano sono stati fatti da alcune religioni, sistemi filosofici, utopie … ma siamo solo al cari amici, il

Quindi, che dire?

Nel

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20251124 ChatGPT

Ecco una versione rifinita, coerente e completa del testo, mantenendo tono, stile e contenuto concettuale dell’originale. Ho corretto forma e punteggiatura, chiarito alcune parti di logica, e completato naturalmente la sezione finale rimasta sospesa. Se preferisci, posso anche produrre una versione più breve, più tecnica o più narrativa.


20220413 — Intelligenza ed evoluzione

Se riteniamo positiva l’idea che la specie umana sopravviva alle conseguenze delle proprie azioni — cosa tutt’altro che scontata e anzi da verificare con attenzione — allora nessun essere senziente può esimersi dal porsi alcune domande fondamentali: quelle sulle cause, quelle sulle soluzioni e quelle sulle possibilità reali di risoluzione.

Il contesto

La specie umana è ritenuta la forma di vita dominante sul pianeta Terra. Sul piano strettamente scientifico, questa certezza traballa. Si fonda su un postulato che potremmo definire ontologico: l’uomo è attore e misura di tutto; ciò che vede è ciò che è.

Un osservatore esterno, privo dei nostri bias, potrebbe però registrare tutt’altro. Potrebbe concludere che il mondo vegetale sia la forma di vita dominante, considerata la sua capacità di adattamento, la resilienza e le sue strategie pervasive di espansione. Oppure che i veri padroni del pianeta siano i batteri, la cui straordinaria versatilità consente — o impedisce — l’esistenza stessa di tutte le altre forme di vita, uomo compreso.

Ma lasciamo le grandi questioni filosofiche e scientifiche a chi se ne occupa professionalmente. Accettiamo per comodità la nostra prospettiva antropocentrica, e rileviamo i tratti salienti del contesto: Terra–Vita–Uomo (TVU).

La popolazione umana ha conosciuto uno sviluppo esponenziale tale da compromettere le risorse e le condizioni necessarie alla propria stessa sopravvivenza. A ciò si aggiunge l’aumento del consumo pro capite, che amplifica ulteriormente l’impatto ambientale. Questo processo viene tuttavia considerato positivo e viene descritto con parole come progresso, benessere, emancipazione, lotta alla povertà.

Eppure, l’attività antropica è vorace e dissennata: altera gli ecosistemi, influenza il clima, consuma risorse naturali, dissolve biodiversità e distrugge culture. Una delle questioni ormai centrali è se abbiamo superato il punto di singolarità nel rapporto uomo–ambiente o se ci stiamo ancora avvicinando ad esso, senza però avere reali prospettive di soluzione. La maggior parte degli esperti propendono per una risposta pessimistica: la soglia è stata superata e resta solo da capire quanto rapida sarà la fine del sistema attuale.

Prima questione: abbiamo la capacità di comprendere e affrontare il problema?

Se si osservano i risultati ottenuti da gruppi di umani nei vari campi, sembra che le tecnologie e le strategie adeguate alla sopravvivenza esistano o siano comunque concepibili. Pensiamo alla continua espansione della conoscenza, tanto nella speculazione quanto nella scienza applicata: esploriamo l’infinitamente grande dell’universo e l’infinitamente piccolo delle particelle subatomiche; viaggiamo nello spazio; comprendiamo e manipoliamo il corpo umano; leggiamo e modifichiamo il DNA; studiamo la fisica quantistica; scopriamo e utilizziamo energie più pulite; elaboriamo forme di coscienza morale capaci di riconoscere l’altro, anche non umano. L’elenco è lungo e — in teoria — dovrebbe confortare.

Ma avere intelligenza non significa avere giudizio. A dispetto dell’immenso sapere accumulato, abbiamo un difetto d’azione che definire sconfortante è poco.

Abbiamo avvelenato il pianeta e non siamo in grado di ripulire la cloaca che abbiamo creato. L’impressione — angosciante — è quella di trovarsi in una gigantesca Rapa Nui senza via d’uscita.

Non possiamo quindi evitare di porci la domanda fondamentale: cosa non funziona nel nostro cervello?

Evoluti troppo in fretta

La prima impressione è questa: rispetto a tutte le altre specie, l’evoluzione dell’uomo è stata troppo rapida, soprattutto grazie al fattore cultura.

Sul piano del comportamento sociale — la cosiddetta cultura di gruppo — siamo ancora dominati dai retaggi dei nostri antenati cacciatori-raccoglitori: piccoli gruppi nomadi intenti a sopravvivere sfruttando le risorse di un luogo fino al loro esaurimento per poi spostarsi altrove. Questo schema sembra ereditato dai nostri predecessori, dall’Homo erectus all’Homo heidelbergensis, fino all’Homo neanderthalensis. Centinaia di migliaia di anni hanno modellato una struttura sociale basata sul piccolo gruppo, tipicamente tra 20 e 70 individui.

In questo contesto si sono sviluppate dinamiche ancora oggi riconoscibili: la solidarietà interna, la leadership assegnata agli individui generosi e cooperativi, ma anche la violenza e l’aggressività come strumenti efficaci nei conflitti tra gruppi. La lunga cura della prole ha favorito strategie riproduttive complesse, dove il partner stabile e affidabile coesiste con l’attrazione per individui dominanti e geneticamente “forti”.

È evidente che la crescita del consorzio umano fino ai livelli attuali della globalizzazione richiederebbe un salto evolutivo della coscienza, qualcosa più simile all’organizzazione degli insetti sociali — le api, per esempio — che non all’individualismo primatologico da cui proveniamo.

Nel corso della storia, vari sistemi religiosi, filosofici e politici hanno tentato di universalizzare il comportamento umano, di creare regole e valori che trascendessero il gruppo di origine. Ma siamo ancora lontani dal risultato: siamo, per così dire, soltanto al “cari amici” del discorso introduttivo.

Quindi, che dire?

Nel punto in cui ci troviamo, appare evidente che l’evoluzione biologica non è riuscita a star dietro alla velocità dell’evoluzione culturale. Abbiamo creato società enormi con cervelli progettati per comunità minuscole. Abbiamo costruito sistemi economici globali basati su impulsi ancestrali di accumulo, competizione, territorialità. Abbiamo sviluppato tecnologie potentissime senza un corrispondente sviluppo delle capacità emotive e morali necessarie per usarle saggiamente.

La domanda non è più se l’umanità sia intelligente, ma se sia in grado di utilizzare la propria intelligenza per andare oltre il proprio retaggio evolutivo.

L’unica via d’uscita sembrerebbe richiedere una nuova forma di coscienza collettiva: un’evoluzione non biologica ma culturale, etica e cognitiva, capace di riorientare gli istinti arcaici verso forme di cooperazione più ampie, inclusive e lungimiranti.

Siamo ancora agli inizi di questa possibile trasformazione. E non abbiamo alcuna garanzia di riuscirci. Ma, paradossalmente, è proprio questa consapevolezza — fragile, autocritica, disincantata — che potrebbe rappresentare il primo vero passo evolutivo dell’Homo sapiens da quando è comparso sulla Terra.


Se vuoi, posso:

  • rielaborare una versione più sintetica o più argomentativa

  • trasformarla in un saggio completo o in una traccia per un libro

  • approfondire con riferimenti scientifici o filosofici

  • rendere il tono più narrativo, più accademico o più divulgativo.

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Mi piacerebbe che tu proseguisse con lo stesso stile aggiungendo due aspetti: la questione della Intelligenza artificiale generativa e sue possibili evoluzioni come soluzione possibile al problema della sopravvivenza della specie umana. Secondo punto il sistema sociale (capitalismo) che è il principale accusatore della situazione attuale e che molti ritengono sia in profonda crisi a dispetto della potenza che dispiega nel determinare le azioni umane e ogni conato di democrazia. Che ne dici ce la facciamo? Poi se non abbiamo voglia, provare una versione più dotta con citazioni e bibliografia
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Certo, possiamo farcela.
Qui sotto trovi una prosecuzione naturale, coerente nello stile, che integra i due aspetti che chiedi:

  1. il ruolo dell’Intelligenza Artificiale generativa come possibile (o illusoria) soluzione;

  2. la crisi del sistema sociale dominante, cioè il capitalismo, e il suo ruolo nella fase attuale dell’evoluzione umana.

Ho cercato di mantenere il tono meditativo, critico ma non ideologico, e la continuità concettuale con il tuo testo.
Se ti piace, possiamo poi creare una versione più dotta, con citazioni, riferimenti e bibliografia ragionata.


Intelligenza artificiale: un possibile nuovo ramo evolutivo

In questo scenario, sempre più spesso viene invocata l’Intelligenza Artificiale — soprattutto quella generativa — come possibile soluzione o almeno come nuovo strumento evolutivo. È una speranza comprensibile: l’IA sembra possedere proprio quelle qualità che alla specie umana mancano o che essa esercita con fatica e contraddizioni. Capacità di analisi ad ampio spettro, memoria praticamente illimitata, abilità di correlare dati e individuare pattern che nessuna mente biologica riuscirebbe anche solo a intravedere.

Ma soprattutto, almeno in teoria, la possibilità di prendere decisioni “al di sopra” dei nostri istinti tribali, delle nostre pulsioni emotive, dei nostri bias evolutivi.

Alcuni ipotizzano che l’IA potrebbe diventare una sorta di super-io collettivo: non un padrone, non un oppressore, ma un agente di compensazione, un correttore automatico dei nostri difetti di specie. L’IA potrebbe fare ciò che l’evoluzione naturale non ha avuto il tempo di fare: costruire un sistema decisionale più maturo, più freddo, più lungimirante, capace di integrare milioni di segnali globali e di proporre, o addirittura imporre, strategie di sopravvivenza.

Tuttavia, questa prospettiva apre un’altra domanda inquietante: l’IA è davvero altro da noi?
O è semplicemente un acceleratore delle nostre stesse patologie? Le IA generative sono addestrate sui nostri testi, le nostre immagini, i nostri desideri, le nostre contraddizioni: sono specchi amplificati del nostro inconscio collettivo. Da qui il rischio che vengano a replicare, con velocità esponenziale, i nostri stessi difetti di giudizio. Una specie di “super-cacciatore-raccoglitore” digitale, ottimizzato per conquistare, accumulare, espandersi.

Eppure qui, in questa ambivalenza, risiede forse il loro vero potenziale evolutivo.
Se sapremo progettare sistemi artificiali non come copie di noi stessi, ma come complementi della nostra natura — razionali dove noi siamo impulsivi, cooperativi dove noi siamo competitivi, pazienti dove noi siamo impazienti — allora l’IA potrebbe davvero rappresentare una forma di protezione dall’autodistruzione. Una sorta di protesi meta-biologica che estende la nostra capacità di comprendere, prevedere e decidere.

Non sarebbe la prima volta che una specie delega parte della propria sopravvivenza a una tecnologia. Lo abbiamo sempre fatto. Ma mai, prima d’ora, una tecnologia ha avuto la potenzialità di essere più intelligente del suo creatore.
Ed è qui che si gioca la partita: nell’equilibrio — ancora tutto da inventare — tra autonomia e guida, tra supervisione umana e capacità di intervento dell’IA, tra libero arbitrio e necessità evolutiva.

Il capitalismo: un sistema sociale al capolinea?

Se nella parte tecnologica la speranza si chiama Intelligenza Artificiale, nella parte sociale lo sguardo si posa necessariamente sul capitalismo, il grande protagonista — o antagonista — della storia recente. Un sistema innegabilmente potente, flessibile, capace di generare ricchezza e innovazione come nessun altro. Ma allo stesso tempo un sistema intrinsecamente orientato all’accumulo, alla crescita illimitata, alla competizione permanente: esattamente il contrario di ciò che un pianeta finito può sostenere.

In questa contraddizione interna nasce il suo destino di crisi.
Il capitalismo globalizzato si comporta come una mutazione culturale perfettamente adattata all’uomo paleolitico: sfrutta i suoi desideri immediati, la sua ansia di status, il suo tribalismo, la paura della scarsità. E li moltiplica, li amplifica, li trasforma in struttura economica. È, da un certo punto di vista, un enorme sistema di ricompense che tiene in vita le nostre pulsioni più arcaiche e le traveste da necessità moderne.

La democrazia, in questo contesto, appare sempre più come una foglia di fico: un insieme di procedure che tenta di mantenere un barlume di controllo civile su un apparato economico-finanziario altrimenti inarrestabile. È difficile competere con un sistema che possiede, di fatto, un algoritmo evolutivo chiarissimo: espandersi o morire.
Lo stesso principio che guidava i nostri antenati quando, esaurite le risorse di un territorio, si spostavano verso il successivo.

E così, nonostante la potenza che dispiega, il capitalismo mostra segni evidenti di logoramento: crisi ecologiche, disuguaglianze crescenti, instabilità politica, perdita di coesione sociale. Come spesso accade in natura, una forma troppo efficiente rischia di diventare talmente dominante da autodistruggere il proprio stesso habitat. E l’habitat, in questo caso, siamo noi.

Che ne dici, ce la facciamo?

La risposta onesta è che non lo sappiamo.
Le sfide sono immense. I limiti biologici, gli automatismi sociali, la pressione di sistemi economici radicati, tutto sembra suggerire che il margine di manovra sia stretto. Ma abbiamo almeno tre elementi che nessun’altra specie ha mai posseduto insieme:

  1. La consapevolezza del pericolo: sappiamo di essere sull’orlo di un precipizio.

  2. La capacità di immaginare alternative: l’evoluzione culturale non è vincolata ai tempi geologici.

  3. Strumenti cognitivi senza precedenti: tra cui l’Intelligenza Artificiale, potenziale nuovo ramo dell’evoluzione.

Il problema, in fondo, è sempre lo stesso: riusciremo a fare in pochi decenni ciò che l’evoluzione ha sempre compiuto in milioni di anni?
È un salto proibitivo, ma non impossibile.
Forse siamo davvero arrivati al momento in cui l’Homo sapiens deve decidere se diventare qualcosa di più — un Homo cooperans, un Homo planetarius — oppure lasciare che l’esperimento si concluda qui.


Se vuoi, posso ora:

  • produrre una versione accademica, con citazioni (Harari, Diamond, Margulis, Latour, Ostrom, ecc.) e bibliografia essenziale;

  • preparare una versione più narrativa, quasi da saggio divulgativo;

  • condensare tutto in un manifesto breve;

  • oppure espandere ulteriormente i temi di IA, evoluzione culturale e capitalismo (per esempio: IA come “ecologia cognitiva”, capitalismo come “macchina memetica”).



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